Cento strappi

Cento Strappi di Liesl Jobson

In un attimo ci ritroviamo immersi negli smisurati paesaggi africani, ricoperti di polvere, avvolti dalla luce, persi nelle praterie, avvicinati da pappagalli colorati, cuciti ai raggi del sole, appiccicati alle ali di bambole che schioccano le dita al passaggio di ragazzini con suonerie kwaito su moderni e luccicanti telefonini. Tanti personaggi affollano le pagine pergamenate di questa scrittrice nata musicista e poeta, convertita poi alla prosa con ritmo, nitidezza, precisione, essenzialità ed equilibrio a volte disequilibrato. Ci imbattiamo così in Grace affetta da labirintite, in Neo Freedom che fissa i seni annidati come uova di struzzo nel pullover color erba secca di una tizia dalla pettinatura esagerata, nel musicista Samson Zambonelli che mostra le foto del suo matrimonio, in Suor Patel che, incinta, porta un foulard in testa e borbotta preghiere mentre lavora a maglia, in un anziano portoghese sbarbato di fresco che, amaramente, vende la sua casa, nelle ragazze della scuola di Oprah, nella tonda e gentile Madame Popcorn, pelle bianca latte, rotolini su pancia e collo e braccia ciondolanti che fanno pensare proprio ai popcorn, nella fan della cantante Sasha King che le scrive una lettera carica di fantasie erotiche. Personaggi a margine, quasi sospesi e racconti spesso tesi, forti, saggi ma anche passionali ed erotici, a volte brutali e quasi schizofrenici ma sempre e comunque molto intensi. Diversità allo stato puro, rassegnazione ma anche speranza. In un quadro intensamente colorato e curiosamente variegato compaiono tuttavia pure profumi, colori, magnolie, ortensie fiorite nelle varie tonalità del viola e dell’azzurro e poi rami, steli, alberi, siepi, si sfiora un alito di miele. Una scrittura che viene definita al cioccolato fondente e arancia amara, io direi al cioccolato con forte peperoncino, assaggi di fame, schegge che compongono gradualmente figure e scene variopinte. C’è tanto coraggio, resistenza, forza ma anche molta paura e fame in queste scene schizzate da una penna fulminea ma attenta. Scorrono tante immagini, tanti vocii, tanti chiacchiericci e calpestii, ferite e stimmate, odore di carta bruciata e di sedie rubate, ma una sola musica conduce il gioco, quella dell’Africa forte, penetrante, immediata, selvaggia, lontana, eterna, drammatica, crudele e immensa. Ci viene voglia di strappare una pagina, una prima all’inizio e magari un’altra nel mezzo, mescolarle poi e quasi giocarle a carte per capire da dove partire e dove arrivare, per disegnare un inizio e una fine e magari comporre una storia diversa con alcuni degli incredibili personaggi che ci tengono incollati alle righe. Strappi di vita vera, di storie intrecciate, di oggetti sperduti, di sogni lontani, di sonni persi, di realtà non guarite, di voci confuse, di ricerche misteriose, di idee lacerate, di volti sfuocati, di liturgie cantilenanti, di promesse non mantenute. Un testo sicuramente da leggere con attenzione, meglio se piano piano, un libro fatto di pennellate concrete di vita, quasi tanti piccoli e brevi fotogrammi di un film dalla trama suggerita, completamente da indovinare.

Liesl Jobson, Cento strappi, Marcos y Marcos, 2013, 250 p.

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