Sergei, nuovo angelo ribelle della danza

Sergei-Polunin-Teatro-Stanislavsky-Mosca-2-novembre-2015-Coppelia

Era l’odore della mia pelle che cambiava, prepararsi prima della lezione, fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza. Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. (…) L’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma danzo con la mente, volo oltre le mie parole e il mio dolore. Danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare. (Rudolf Nureyev, Lettera alla danza).

Classe 1989, sguardo magnetico, corpo tatuato meravigliosamente atletico. Una statua che danza, un’energia che incombe e travolge. Molti lo hanno definito il nuovo Rudolf Nureyev, a ragione. Oggi Sergei Polunin è un astro nascente, direi ormai splendente, nell’olimpo dei migliori ballerini classici sulla scena. Noto al grande pubblico per la sua performance in Take Me to The Church del cantautore e musicista irlandese Andrew Hozier-Byrne, conosciuto come Hozier, diretto da David La Chapelle (vedi), Sergei era già conosciuto dagli amanti e dai buoni conoscitori di quella splendida arte suprema che è il balletto. Non era passato inosservato. Quando ho avuto la fortuna e l’onore di vederlo, per la prima volta, volteggiare in Coppelia al teatro Stanislavsky di Mosca, non l’ho più lasciato, e ho iniziato a seguirlo in tutti gli spettacoli possibili (quando si riesce a trovare il suo nome in affiche, cosa non semplice), dal Lago dei cigni a La Bayadere, oltre che sulla stampa. Se quella russa, inglese e americana ne parlano ormai da tempo, quella italiana ha iniziato a farlo abbastanza recentemente, dopo il video di La Chapelle e la sua esibizione in Giselle al teatro La Scala, nel 2015.

Fotografie di Simonetta Sandri

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http://wsimag.com/it/spettacoli/19932-sergei-nuovo-angelo-ribelle-della-danza

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